La Pecora del Bosco: vivere la montagna, non soltanto attraversarla
Sofia e Mattia hanno trovato nella pastorizia un nuovo modo di vivere la Lessinia, custodire il territorio e immaginare il futuro della montagna.

Per Sofia e Mattia la montagna non è stata una scelta già scritta, ma il punto di arrivo di un cambiamento di vita. Nessuno dei due proviene da una famiglia contadina: Sofia ha studiato antropologia culturale e ha lavorato in un’ambasciata, mentre Mattia era fotografo freelance. Si sono conosciuti durante il Covid, quando Sofia è arrivata in Lessinia attraverso il Wwoofing, un’esperienza di lavoro e scambio nelle aziende agricole, e Mattia già lavorava in una fattoria della zona.
La pandemia ha cambiato tutto. Il lavoro di Mattia si è fermato e, poco alla volta, entrambi hanno iniziato a dedicarsi completamente all’allevamento. È nata così la passione per la pastorizia e per le pecore, che hanno iniziato a vedere non soltanto come animali da allevamento, ma come vere «custodi del territorio». Da quell’esperienza è nata La Pecora del Bosco, con il desiderio di costruire un’attività propria e una vita all’aperto, a contatto con la natura.
Incontrandoli, mi hanno fatto una bellissima impressione: si percepisce subito la grande passione che mettono nel loro lavoro, nei loro animali e nel territorio che hanno scelto di abitare. È una passione concreta, che si vede nel modo in cui raccontano la loro quotidianità e nelle tante attenzioni che dedicano a ciò che li circonda.
Una scelta diventata un lavoro
Il gregge è cresciuto rapidamente, arrivando in un periodo a circa 350 animali, ma con la crescita sono aumentate anche le difficoltà. In estate i pascoli della Lessinia permettevano di lavorare, mentre durante l’inverno trovare pascoli diventava sempre più complicato, anche a causa dell’espansione dei vigneti nelle zone di fondovalle. Per questo erano costretti a spostarsi molto, arrivando anche verso Verona per trovare erba.
È proprio il rapporto con la terra uno dei temi che più stanno a cuore a Sofia e Mattia. Per loro il pascolo non serve soltanto a nutrire gli animali: mantiene aperti terreni che, senza la presenza delle pecore, nel giro di pochi anni verrebbero riconquistati da rovi, acacie e bosco. «Se non pascoli, il territorio cambia», spiegano. Per questo chiedono sempre ai proprietari il permesso di utilizzare i terreni e cercano di costruire nel tempo rapporti con chi vive nella zona.
La loro presenza, inizialmente percepita come quella di due persone arrivate da fuori, è diventata con gli anni parte del paesaggio locale. Frequentare gli stessi luoghi, acquistare dai commercianti della zona e farsi conoscere attraverso il lavoro quotidiano ha permesso loro di entrare gradualmente nella comunità, anche se continuano a sentirsi in parte un po’ alternativi rispetto a chi in Lessinia è nato e cresciuto.
Pecore, formaggi e vita quotidiana
La loro filosofia si riflette anche nella scelta degli animali. Non cercano la massima produzione di latte, ma pecore rustiche, capaci di stare al pascolo e di affrontare caldo, pioggia e cambiamenti climatici senza dipendere troppo dall’alimentazione in stalla. Nel gregge ci sono Sarde, Belìcesi e Massesi, razze diverse ma accomunate dalla capacità di adattarsi a un allevamento estensivo.
La produzione di latte è quindi contenuta: una pecora arriva a circa 800 millilitri al giorno e viene munta una sola volta. Mattia si occupa della mungitura, Sofia della trasformazione: dal latte nascono ricotta, yogurt, caciotte fresche, pecorini con diversi tempi di stagionatura e, occasionalmente, robiola. Una parte delle giovani femmine viene tenuta per rinnovare il gregge, mentre gli animali che hanno concluso la loro carriera produttiva vengono destinati alla carne.
È un lavoro che occupa quasi interamente la loro vita e che, soprattutto, non conosce una vera separazione tra casa e azienda. All’inizio lavorare sempre insieme non è stato sempre semplice, ma nel tempo hanno trovato un ottimo equilibrio. Oggi non immaginano di abbandonare l’attività, anche se non cercano una crescita continua: vorrebbero piuttosto trovare una dimensione sostenibile, con pascoli più vicini e meno ore trascorse in macchina per spostare gli animali.
Una montagna da abitare
Da questa esperienza nasce anche la loro idea di futuro della montagna. Secondo Sofia e Mattia, per mantenerla viva non basta puntare sul turismo: bisogna creare le condizioni perché le persone possano viverci e lavorarci tutto l’anno. Significa facilitare l’accesso alla terra per chi vuole iniziare un’attività agricola, sostenere chi mantiene i pascoli e riconoscere anche il valore ambientale e sociale del lavoro degli allevatori.
La mobilità è un altro punto importante. In una montagna sempre più frequentata nei mesi estivi, immaginano un sistema di trasporto pubblico più efficiente, con autobus regolari e orari realmente utili, insieme a un maggiore utilizzo delle biciclette elettriche per gli spostamenti brevi. L’obiettivo non sarebbe chiudere la montagna al turismo, ma renderla più accessibile senza farla dipendere completamente dall’automobile.
Il loro sogno personale, invece, va nella direzione opposta alla crescita. Un domani, quando la figlia sarà grande, immaginano persino di poter vendere l’azienda e partire con i loro asini, viaggiando lentamente tra le montagne. È un’idea lontana, ma racconta bene la scelta che li ha portati in Lessinia: lavorare all’aperto e mantenere un rapporto diretto con il territorio.
La storia della Pecora del Bosco parte quindi da due persone che non avevano alle spalle una tradizione agricola e che hanno trovato nella pastorizia un nuovo modo di vivere. Oggi il loro lavoro non riguarda soltanto latte, formaggi o animali, ma anche la possibilità di continuare ad abitare la montagna e prendersene cura ogni giorno.
