Immaginate di entrare in un negozio di Salt Lake City e di trovarvi davanti più di 300 snowboard. Non quelli che vediamo oggi sulle piste, ma tavole vecchie, strane, alcune quasi irriconoscibili. Pezzi che raccontano gli anni in cui lo snowboard ancora non esisteva davvero come sport.
È quello che è successo a Dino Bonelli nel 2000. «Sono rimasto letteralmente paralizzato», ci racconta. Da quel momento la sua già grande passione per lo snowboard ha preso una direzione precisa: andare a cercare la storia di quelle tavole, recuperarla, conservarla e soprattutto raccontarla.
Oggi, a Prato Nevoso, quella passione è diventata il Museo Italiano dello Snowboard, una delle collezioni più importanti al mondo dedicate alle origini di questo sport. Più di 220 snowboard, prodotti tra il 1966 e il 1989 e provenienti da 13 nazioni, ma anche fotografie, pubblicità, articoli di giornale che aiutano a capire cosa c’era dietro a quegli oggetti.
Perché lo snowboard, oggi, ci sembra quasi normale. Negli anni Ottanta, invece, era tutt’altra cosa. Pochissime tavole, pochissime informazioni. Si comprava quello che si trovava, spesso oltre confine, e poi si provava. Sulla neve, in qualche modo, si imparava.
Dino Bonelli era lì. Ha iniziato nel 1985, quando in Italia gli snowboarder erano ancora una piccolissima comunità di pionieri. E, quasi senza rendersene conto, ha cominciato a mettere da parte i pezzi di quella storia. Prima tre o quattro tavole appese alle pareti del suo negozio, poi dieci, venti, sessanta. Fino ad arrivare alle oltre 220 che oggi compongono il museo.
Fra un viaggio e l’altro, Dino è riuscito a dedicarci un po’ del suo tempo per raccontarci come è nata questa collezione, com’è cambiato lo snowboard e, soprattutto, cosa rischiamo di perdere quando dimentichiamo la storia della montagna.
Dino, da dove nasce l’idea del museo?
Io ho iniziato a praticare snowboard nel 1985 e all’epoca, in Italia, non si sapeva praticamente nulla, né di tecnica né di tavole. Si comprava soprattutto in Francia, quello che si riusciva a trovare.
Da allora ho sempre tenuto gli snowboard che compravo. Così, nei primi anni Novanta, ho iniziato ad appenderne tre o quattro alle pareti del mio negozio, dove vendevo principalmente materiale da sci, insieme a un paio di tavole da surf. Con gli anni sono diventate dieci, poi quindici, venti. E insieme alle tavole ho iniziato a raccogliere fotografie e altri cimeli storici.
Poi, nel 2000, mentre ero negli Stati Uniti, sono entrato in un negozio di Salt Lake City dove erano esposti più di 300 snowboard vecchi e sono rimasto letteralmente paralizzato. Ho conosciuto il proprietario, Dennis Nazzari, che mi ha spiegato che quello era lo Utah Snowboard Museum. Dopo un po’ sono uscito da lì con il mio primo Snurfer, del 1968, sotto il braccio. Ero eccitatissimo.
Con Dennis è iniziato subito uno scambio di pezzi. Lui aveva una collezione enorme con tutto quello che riguardava Stati Uniti, Canada e Giappone, ma poca roba europea. Io ho cominciato quindi a cercare vecchi snowboard anche in Svizzera e Francia.
Nel giro di due anni la collezione è esplosa a 60 tavole differenti e un’infinità di fotografie storiche. Poi, anche grazie all’avvento di eBay, sono passato alla fatidica cifra delle 100 tavole esposte.
Se devo datare l’inizio vero e proprio del Museo, però, direi il 1995, quando ho cominciato ad appendere le prime tavole vecchie alle pareti.
E oggi cosa racconta il museo?
Oggi ci sono oltre 220 snowboard differenti, del periodo 1966-1989, provenienti da 13 nazioni. Mi manca soltanto una tavola australiana di quell’epoca.
Il Museo Italiano dello Snowboard è considerato il secondo più grande e completo al mondo. Ma la cosa che lo caratterizza maggiormente non è soltanto la varietà delle singole tavole, che sono esposte per nazione. È tutta la storia che viene raccontata attraverso fotografie, pagine pubblicitarie e articoli di giornale dell’epoca.
C’è un pezzo a cui sei più affezionato?
È sempre difficile dare una preferenza unica. Ci sono quattro o cinque tavole che, oltre a essere molto rare, sono arrivate a me attraverso circostanze ancora più singolari.
Sicuramente la mia prima Winterstick a coda di rondine del 1980, che cambiai con Dennis dandogli una Storm Snowboard, rarissima tavola canadese del 1979. Io ne avevo tre, grazie a un altro incredibile scambio fatto in una cantina di Les Deux Alpes, in Francia, con un inglese che non sapeva il valore di quello che aveva tra le mani.
Poi c’è la Barfoot nera che mi ha dato Chack Barfoot in persona, la stessa che usò in una storica fotografia che caratterizzò i suoi cataloghi dei primi anni Ottanta.
E poi la Burton BB1 del 1979, che molti considerano il Santo Graal del collezionismo snowboard. Ma tengo molto anche alla svedese, alla norvegese, a un paio di italiane dei primi anni Ottanta e a una Moss giapponese del 1981.
È cambiata anche la cultura della montagna?
La cultura della montagna, purtroppo, non esiste più, o se esiste è molto misera. Non la si insegna e di conseguenza tende a sparire.
Oggi, per snowboarder e sciatori, è più importante apparire che essere. E questo porta le nuove generazioni a non frequentare più la montagna per il semplice piacere della vista che sa offrire, del silenzio, delle sensazioni che regala a chi le sa captare.
Magari solcando leggermente un pendio vergine, senza tanti selfie o droni al seguito, ma con l’adrenalina che si mescola alla neve fresca che ti innaffia la faccia.
E cosa vorresti lasciasse il tuo museo a chi lo visita?
Normalmente chi visita il Museo esce stupefatto dall’aver visto la storia di uno sport che immaginava senza storia.
Molti dei visitatori non hanno mai fatto snowboard, ma questo non è un limite. Anche perché, quando si visita il museo della NASA, non è certo richiesto di essere astronauti.
Il Museo cerca di raccontare un ventennio in cui lo snowboard ha mosso i primi passi, poi un periodo in cui è andato in attrito con il mondo dello sci e infine quello in cui ha condiviso con esso tante innovazioni.
Lo snowboard ha copiato le lamine allo sci, mentre lo sci ha copiato le sciancrature più estreme dello snowboard. Poi lo snowboard ha “rubato” l’idea dello scarpone rigido allo sci, creando lo snowboard Hard, mentre lo sci ha preso tante sfumature dall’abbigliamento degli snowboarder.
Oggi lo snowboarder e lo sciatore possono essere la stessa persona, vestita nello stesso modo.
In conclusione, chi visita il Museo esce con la piacevole convinzione che la passione può portare veramente lontano.
Grazie alla passione dei grandi pionieri dello snowboard come Sherman Poppen, Jake Burton, Tom Sims, Chack Barfoot, Dimitrije Milhovic e gli europei Serge Dupraz e Régis Rolland, oggi possiamo vivere la montagna anche trasversalmente.
E forse è proprio questo che resta, alla fine, entrando nel museo di Dino Bonelli: la sensazione che prima delle grandi industrie, delle Olimpiadi, degli snowpark e delle tavole tecnologiche, ci fosse semplicemente qualcuno che aveva voglia di provare a scivolare sulla neve in un modo nuovo.
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